venerdì 13 marzo 2020

RIFORMA PROTESTANTE E ALFABETIZZAZIONE (pedagogia)

Intorno all'educazione e alla scuola si svolsero fin dagli anni della Riforma un'accanita lotta e concorrenza tra il mondo cattolico e quello protestante.
La teologia luterana si affidava a una concezione dell'uomo pessimista, di derivazione agostiniana.
Lutero credeva infatti che il peccato originale avesse radicalmente corrotto l'essere umano, che era stato salvato dal sacrificio di Cristo.
Rinunciando al sacramento dell'ordine e a quello della confessione, i protestanti sottolinearono la responsabilità dei singoli nel percorso di salvezza, che poteva crescere se l'individuo conosceva la Parola di Dio depositata nella Bibbia e praticava una vita virtuosa.
Anche gli altri paesi riformati via via tradussero la Bibbia e le Preghiere, compiendo un'operazione di enorme importanza per l'unificazione linguistica.
Lutero sollecitò iniziative pubbliche per l'apertura di scuole e si rivolse direttamente ai padri di famiglia con una "predica" sul loro dovere di istruire i figli.
La necessità che ogni persona leggesse direttamente i testi sacri, senza la mediazione di un sacerdote, stimolò l'alfabetismo, in particolare la lettura più che la scrittura.
Particolarizzo importanza rivestivano, in specie nel mondo tedesco, le scuole familiari: era compito dei genitori insegnare a leggere ai figli, per accostarli alla Bibbia.
La severità e la durezza improntavano l'educazione, che aveva come fine, non diversamente da quanto accadeva tra i cattolici, l'educazione di buoni cristiani.

domenica 8 marzo 2020

COMUNICAZIONE ORALE E SCRITTA (antropologia)

Non esiste ormai società che ignori l'esistenza della scrittura.
Il nostro modo di esprimerci oralmente è guidato da  un pensiero che si fonda sull'assimilazione della scrittura. Fino a non molto tempo fa esistevano ancora le cosiddette società a "oralità primaria".
Si trattava di società che, indipendentemente dal loro grado di complessità sul piano politico, economico e amministrativo, non conoscevano alcuna forma di scrittura.
La scrittura vera e propria compare in Mesopotamia, con il popolo dei sumeri, ed è conosciuta come scrittura cuneiforme, perché il segno base, una forma a cuneo, era combinato con altri simili per formare le parole.
La scrittura alfabetica, nella quale a ogni segno corrisponde un suono della lingua, risale invece al XIV secolo a.C e fu inventata, sembra, dai fenici nella regione dell'attuale Libano.

Le scoperte compiute da linguisti, antropologi e studioso di tradizioni orali hanno portato alla conclusione che gli attuali cantastorie e gli improvvisatori di poesie, anche analfabeti, hanno un modo di recitare simile a quello dei poeti-cantori dell'antichità e dei griot del passato e di oggi, oltre che dei loro colleghi contemporanei in Tibet e in altre parti del mondo.
Nelle culture fortemente imbevute di oralità, questo modo di procedere non è tipico solo della dimensione poetica, religiosa o della narrazione mitica, ma anche di discorsi con scopi descrittivi, esplicativi, politici, giuridici e amministrativo.
Il procedere per formule, tipico delle culture orali, può non scomparire con il passaggio all'uso della scrittura.

giovedì 5 marzo 2020

IL SÉ E L'AMBIENTE (psicologia)

L'interazionismo simbolico è la teoria che considera i processi di pensiero fondamentali per l'organizzazione e la strutturazione delle azioni e dei comportamenti dell'individuo.
L'uomo è un soggetto attivo capace di promuovere la propria condotta e di scegliere tra diverse alternative di comportamento, senza subire passivamente, ciò che l'ambiente propone.
L'individuo è dunque un prodotto sociale.
La cognizione è connessa all'azione e i processi cognitivi sono visibili durante l'azione.
Il termine "simbolico" sta a indicare il simbolo, cioè il significato che ogni stimolo materiale ha per il soggetto quando è in interazione con il proprio ambiente.
I primi cenni di linguaggio sono il risultato di una forma di imitazione attuata dal piccolo verso l'adulto.
Secondo lo studioso proprio il linguaggio va considerato l'elemento essenziale per la formazione e lo sviluppo di sé.
Mead definisce il sé come una struttura attiva rispetto all'ambiente, un processo sociale di autointerazione in cui l'uomo è capace di organizzare le proprie azioni a seconda di come interpreta le situazioni in cui si trova.
Secondo Mead i gesti interiorizzati sono simbolici significativi: il gesto materiale possiede il medesimo significato per chi lo compie e per chi reagisce a esso.
Il sé si costruisce nel tempo e le interazioni con l'ambiente gli danno forma.
Il primo stadio di sviluppo del sé si manifesta attorno ai due anni ed è quello della prerappresentazione.
Il secondo stadio, quello della rappresentazione, è invece significativo poiché il bambino è capace di assumere l'atteggiamento dell'adulto.
Il sé maturo emerge quando viene interiorizzato il concetto di altro generalizzato e l'individuo è in grado di mettere in atto condotte appropriate alla comunità sociale.

LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE (psicologia)

Tra i primi studi di psicologia collettiva troviamo quelli sulla psicologia delle folle: si tratta di opere che hanno in qualche modo aperto la strada ai lavori più scientifici di psicologia sociale che si sarebbero sviluppati successivamente.
Lo studioso Gustave le Bon pubblicò nel 1895 "psicologia delle folle". La prima opera che studia il comportamento delle folle, cercando di individuare le loro caratteristiche e le tecniche utilizzabili per guidarle e controllarle: per questo ebbe ampia eco anche tra i dittatori nel primo Novecento.
L'analisi di le Bon ci consegna una folla influenzabile e acritica.
Le Bon sottolinea quindi che l'individuo, nella folla, si comporta in modo istintivo, facendo prevalere la sua parte irrazionale su quella razionale: spontaneità, violenza, ferocia, entusiasmi incontrollabili caratterizzano il suo comportamento.
Secondo lui è necessario un capo che possa condurre la folla, per orientare queste tendenze istintive.
Freud sostiene che per capire il comportamento di una folla sia necessario comprendere il comportamento del singolo.
Si tratta di cogliere i meccanismi inconsci che stanno alla base del comportamento individuale all'interno di una folla più ampia.
La personalità del singolo si annulla lasciando spazio alla personalità della massa, che diventa omogenea per tutti i componenti.
Abbiamo utilizzato sopra come sinonimi i termini massa e folla, ma è bene sottolineare come la psicologia sociale faccia una distinzione di significato tra i due vocaboli.
La psicologia della massa è il settore della psicologia sociale che si occupa di questi fenomeni.
Gabriel Tarde rivolge invece il suo interesse al pubblico, una collettività di individuifisicamente separati che pensano e si comportano in modo simile perchè imitano gli stessi modelli culturali, diffusi dai giornali

LE DIFFERENZE TRA GLI INDIVIDUI (sociologia)

Tra gli uomini vi sono delle differenze naturali che sono indipendenti dall'esistenza o meno di una società e vi sono delle disuguaglianze che hanno invece un'origine prettamente sociale.
Perché vi sia disuguaglianza o uguaglianza è necessario che vi siano almeno due individui che entrano in competizione e possono essere messi a confronto.
Spesso accade però che la società dia importanza anche alle differenze naturali, attribuendo loro un significato culturale.
Le disuguaglianze sono sempre di origine sociale, anche quando prendono lo spunto da differenze naturali.
La discriminazione razziale, è l'esempio più evidente di come le differenze naturali possono essere rielaborate dalla società in forme di disuguaglianza sociale.
Tra gli esempi storici più eclatanti è stato l'antisemitismo, con la discriminazione degli ebrei sul suolo europeo.
Il più delle volte la discriminazione razziale è informale, cioè esiste nella società ed è tollerata dal sistema politico.
La caratterizzazione sessuale è un dato fondamentale della nostra esperienza, sia privata che sociale.
Essa è presente in ogni essere umano ed è data dalla coniugazione di precisi tratti biologici e anatomici con una serie di ruoli e di aspettative sociali che sono il frutto di costruzioni sociali maturate nel corso della storia, a cui ognuno di noi è soggetto.
Quando si usa il termine "genere" si indicano i tratti sociali e culturali che qualificano il comportamento, il vissuto e i ruoli di una persona in termini di mascolinità o femminilità.
Anche le differenze di età sono fonte di disuguaglianza, sebbene non diano origine a forme di discriminazione cosi evidenti come quella razziale e sessuale.
Quanto ai giovani, il loro caso dimostra come una condizione naturale, quale l'età anagrafica, possa di voltà  dar luogo o non dar luogo a corrispondenti interpretazioni culturali.

LA DISUGUAGLIANZA (sociologia)

La distribuzione differenziata del potere produce disuguaglianza tra le persone.
Si parla di disuguaglianza sociale quando gli individui che appartengono a una certa società non hanno uguale accesso alle risorse che questa mette loro a disposizione. 
Di fatto non esiste una società in cui tali risorse non siano distribuite inegualmente.
Una forma di disuguaglianza sociale particolarmente sentita è la disuguaglianza di ricchezza economica.
Vi è poi la disuguaglianza di prestigio, cioè legata al grado di considerazione in cui viene tenuta una certa  persona o un certo gruppo sociale.
Un quadro importante fattore di disuguaglianza è costituito infine dall'istruzione e dalle risorse culturali, dato che una maggiore istruzione pone chi la possiede in una posizione di privilegio rispetto  a chi ne è privo: non certo di superiorità morale, ma sicuramente di vantaggio nel cogliere le opportunità della vita.
Al giorno d'oggi, i principali fattori di disuguaglianza sono legati alla posizione occupata da ciascuno nella vita professionale.
Il carattere molteplice e articolato della distribuzione delle risorse sociali può trasformarsi in uno strumento attraverso cui la società rende "appetibili" diverse posizioni al suo interno, riducendo cosi il malcontento e il conflitto tradizionalmente creati dalla disuguaglianza sociale quando essa è radicale e unilaterale.
La società in cui viviamo non ha più una struttura semplicemente piramidale: pochi privilegiati che stanno al vertice e la maggior parte della popolazione fatta di svantaggi.

IL FENOMENO DEL POTERE (sociologia)

La vita sociale è contraddistinta da una costante tensione verso l'irrigidimento in forme stabili di comportamento e di interazione e come da questo irrigidimento nascano posizioni sociali che restano costanti nel tempo.
Il processo di irrigidimento della vita sociale è chiamato processo di istuzionalizzazione, dà vita a strutture sociali anch'esse relativamente rigide e cristallizzate, vale a dire le istituzioni e le organizzazioni della società.
La gerarchia delle posizioni nelle organizzazioni non è basata sul valore o sul prestigio, ma sul potere.
Ogni organizzazione sociale presenta dunque al proprio interno una distinzione più o meno rigida di ruoli e posizioni.
Ma una distinzione di ruoli e posizioni comporta necessariamente una distribuzione differenziata del potere all'interno dell'organizzazione sociale.
La scuola, i ministeri, gli ospedali e l'esercito sono tutti basati su una divisione dei compiti e su una precisa attribuzione di ruoli, quindi anche su una distribuzione gerarchica del potere.
Il potere non è affatto limitato alla sfera della politica e dello stato.
Max Weber definisce acutamente il potere di un certo soggetto nella società come la possibilità che i suoi comandi trovino obbedienza da parte di altre persone.
Più uno è certo che i propri comandi verrano eseguiti, più si dice che ha il potere.
L'obbedienza è in un certo senso, la "misura" del potere.
Esiste una manifestazione più informale e generalizzata del potere, consiste nella capacità di ottenere qualcosa contro la volontà altrui, senza necessariamente ricorrere a dei comandi espliciti.
Il potere non è solo un fatto istituzionale e burocratico: ogni interazione tra gli uomini è in qualche modo aperta all'instaurazione di rapporti di potere.
Le strutture di potere su cui si basa la società non sono soltanto strumenti di ingiustizia.
Il potere  ha una funzione "sana" per la società nella misura in cui è uno strumento per mobilitare delle risorse in vista di un obbiettivo da raggiungere. Il potere "su" si trasforma in potere "di", nel poter-fare una certa cosa.